Benvenuti nel variopinto, surreale e spesso esilarante universo dei sinonimi popolari del pene. Se pensate che “pisello”, “uccello” o “nerchia” siano gli unici abitanti di questo vocabolario, preparatevi a un viaggio linguistico da nord a sud dello Stivale.
In Godooria sappiamo che parlare di sessualità con ironia aiuta a rompere il ghiaccio e a vivere la propria intimità con più serenità. E allora, perché non farlo attraverso le parole che le nostre nonne (o i nostri bisnonni) usavano all’osteria o nei campi? Attenzione: alcuni termini sono talmente pittoreschi che vi lasceranno semplicemente senza parole… o forse vi regaleranno un sacco di nuove parole da usare a cena con gli amici.
Ecco una raccolta (non esaustiva, ma divertentissima) dei modi di dire regionali per chiamare l’organo maschile.
NORD-OVEST: Tra ingegneria idraulica e animali da cortile
Piemonte e Liguria: L’uss (l’uccello) e U bagascia
In Piemonte, il termine più classico è l’uss, che è la traduzione letterale di “uccello”. Ma il vero divertimento arriva con espressioni come ’l piston (lo stantuffo) o l’argin (l’aringa). L’aringa? Sì, per via della forma allungata e dell’odore che “non si discute” dopo una notte di pesca.
In Liguria, soprattutto nel genovese, si usa u bagascia. Attenzione: “bagascia” al femminile significa “prostituta”, ma al maschile diventa un termine goliardico per il pene. Etimologicamente deriva dallo spagnolo bagasa (donna di malaffare), ma nel gergo ligure il passaggio di genere ha creato un paradosso linguistico: letteralmente “quello che sta con la bagascia”. Più ironico di così…
Valle d’Aosta e Lombardia: La Berta e El Pirula
In Valle d’Aosta i francofoni dicono la quéquette (piccolo, vezzeggiativo), mentre in Lombardia si scatena la fantasia. A Milano si usa el pirula (da “pera”, per la forma a goccia del glande). Ma il vero capolavoro è la berta in alcune zone del comasco. Sì, “Berta” come nome proprio femminile. Perché? Probabilmente per antifrasi: chiamare una cosa tanto maschile con un nome femminile è un ossimoro popolare che strappa il sorriso.
Un altro termine lombardo epico è el balilla (dal nome del proiettile da fucile usato nella guerra d’Etiopia): piccolo, duro e che “parte all’impazzata”.
NORD-EST: La fantasia veneta e il tronco friulano
Veneto: El biso, el tacape e la cana
I veneti sono maestri. Partiamo da el biso (la biscia): non serve spiegare la somiglianza. Poi c’è el tacape, onomatopeico che imita il rumore di un tappo che salta via – usato per descrivere un’erezione improvvisa.
Ma il termine che fa impazzire i turisti è la cana. Attenzione: in italiano “cana” significa “grossa canna”, ma in veneto è un modo scurrile e affettuoso insieme per dire pene. “Varda che cana!” si sente dire al Lido di Venezia con un misto di ammirazione e ironia.
E poi ’l muso, che letteralmente è “il muso dell’animale”, ma per estensione il glande. I veneti hanno anche un verbo: tacapàr – “far saltare il tappo” – cioè avere un’erezione.
Friuli Venezia Giulia: Il cidòn e il petüc
In Friuli, il cidòn deriva da “cidì” (cetriolo) – chiaro no? Petüc invece è il “piccolo pene” (da pet, scoreggia + uc, vezzeggiativo) – letteralmente “scoreggina”. Sì, hanno unito l’atto del scoreggiare con l’organo. La semantica popolare è geniale: un peto piccolo e repentino, come una eiaculazione precoce.
CENTRO ITALIA: Toscana, Umbria e Marche tra arte e agricoltura
Toscana: Il nerbo, il cefalo e lo stecchino
I toscani, che hanno inventato l’italiano ma anche le migliori parolacce, usano il nerbo (dal latino nervus, tendine, ma anche pene nella Roma antica). Dante ne sarebbe orgoglioso. Più popolare è il cefalo (il pesce, per la forma allungata e la testa larga come il glande).
E poi lo stecchino: ironico, perché lo stecchino è sottile e fragile. Usato per autoderidersi o per prendere in giro l’amico.
Ma il top toscano è il passera (al femminile!): “passera” è il termine per la vulva, ma in alcune zone (tipo Maremma) si usa “passera” anche per il pene, con un gioco speculare che fa impazzire i linguisti.
Umbria e Marche: Lu pisellu e lu troncu
In Umbria troviamo lu pisellu (pisello) e lu bischero (termine che altrove significa sempliciotto, qui indica il pene con un tono bonario). Nelle Marche (zona di Ancona) si dice lu troncu (il tronco, roba seria) e il divertentissimo lu bulzone (dal verbo bulzare, spingere). Un bulzone è lo strumento che si usa per forzare un chiavistello – il doppio senso è così evidente che fa ridere perfino i bambini (quelli grandi, ovviamente).
SUD ITALIA: Napoli, la creatività assoluta
Campania: O’ pere e o’ ciucciu
I napoletani sono campioni in questa classifica. O’ pere è il pero, l’albero, ma anche il pene: forse per la forma del frutto? Ma il capolavoro è o’ ciucciu (l’asino). Sì, chiamano il pene “asino” perché – dicono – “tira come un mulo” ma ragiona come un asino. Antropomorfismo geniale.
Un altro è o’ scuppettone (il colpo di fucile): usato per l’eiaculazione improvvisa. “È partito o’ scuppettone!”. E poi o’ pietto (il pettine) – per i denti del pettine che ricordano le coste del glande. I napoletani vedono dettagli che sfuggono ai giapponesi.
Puglia: U cato e u turriceddu
In Salento, u cato (il gatto) – forse per la lingua ruvida? Oppure perché “il gatto ha sette vite come l’erezione”? Più probabile: allusione al movimento felino. In provincia di Bari si usa u turriceddu (la torretta, piccola torre) – evidente il riferimento alla forma eretta.
Calabria e Basilicata: U pipuni e u cicalaru
In Calabria troviamo u pipuni (il cetriolone) e u cacauceddu (il nocciolo della pesca – piccolo e duro). In Basilicata, un termine antichissimo: u cicalaru (la cicala). Perché la cicala? Perché d’estate “canta” tutto il giorno e poi muore – chiaro riferimento alla performance notturna.
ISOLE: Sicilia e Sardegna, tra mito e pasticceria
Sicilia: U minchia, u pacchiu e a pipa
“Minchia” è la parola siciliana per eccellenza, usata anche come esclamazione. Deriva dal latino mentula (pene) ed è così diffusa che i siciliani la usano per dire “niente” (“non capisco un minchia”). U pacchiu è invece un termine tenero: indica un pene piccolo ma grassoccio, come un pacchetto di sigari.
E poi a pipa (la pipa). Il doppio senso è automatico: fumo, buco, aspirazione… lasciamo perdere.
Sardegna: Su pisinu, su truncone e sa pipia mermia
In Sardegna, i pastori hanno inventato la poesia. Su pisinu (il pisellino) è usato affettuosamente. Su truncone è il tronco, ma quello che fa ridere è sa pipia mermia: letteralmente “la pipì morta”. Perché morta? Perché quando non è in funzione è come “un povero verme morto”. I sardi hanno un realismo contadino disarmante.
Un altro termine sardo: su piricu (il perico, nome del frutto tropicale) – per la forma oblunga.
LA CLASSIFICA FINALE
Dopo questa carrellata, possiamo assegnare i premi:
- Premio poesia dell’assurdo: Sa pipia mermia (Sardegna) – “pene morto” da brividi.
- Premio animalista più creativo: U cato (Puglia) – il gatto, ma nessuno sa perché.
- Premio ingegneria popolare: O’ scuppettone (Campania) – sparo e eiaculazione, perfetto.
- Premio paradosso di genere: U bagascia (Liguria) – maschile e femminile insieme.
- Premio internazionalità: La quéquette (Val d’Aosta) – chic e volgare allo stesso tempo.
Perché conoscere questi termini è utile per te
Innanzitutto per ridere. Ridere del sesso abbassa l’ansia da prestazione. In secondo luogo, quando entri in un sexy shop, chiedere un “massaggiatore” con un sorriso e magari chiamandolo “o’ ciucciu” può rompere l’imbarazzo.
E poi: molti di questi termini regionali sono usati ancora nelle coppie anziane. Saperli significa capire la storia della sessualità popolare italiana, fatta di pudore, ironia e tanta fantasia. Se il pene si chiama “aringa”, “cetriolo” o “torretta”, significa che l’uomo è sempre stato visto come un po’ assurdo. E va bene così.
In Godooria non vendiamo solo sex toys, ma anche cultura del piacere. E se volete un consiglio: il prossimo regalo che fate al vostro partner, chiamatelo col nome del suo dialetto. Una “vibro-pipia mermia” sarda farà più effetto di mille parole romantiche.